Marica Fasoli | Marica Fasoli l’iperrealista del nuovo millennio
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Marica Fasoli l’iperrealista del nuovo millennio

Marica Fasoli l’iperrealista del nuovo millennio – Roberto Rizzente

Artitude | 30 settembre 2010

MILANO – Potrebbe sembrare, a prima vista, il saggio di un’artigiana di talento. L’esercizio di una praticante di lusso che sa il fatto suo. E, a ben guardare, gli indizi ci sarebbero tutti. Diplomata in Conservazione e Manutenzione dei manufatti artistici su legno e tela, Marica Fasoli (Bussolengo 1977) deve gli inizi della carriera al restauro, grazie al quale può acquisire un’invidiabile padronanza dello strumento tecnico. Quando poi, nel 2000, comincia a dedicarsi a tempo pieno alla pittura, lo fa prendendo a modello i maestri del passato, di cui riproduce con fedeltà alcuni capolavori. Il passaggio, nel 2006, all’iperrealismo appare, a questo punto, quasi scontato: come agli esordi, anche nella collezione dei 3Dipinti, esposti fino al 22 ottobre alla Fondazione Matalon di Milano, curatela di Luca Beatrice, quella che salta all’occhio è, prima di tutto, la perizia tecnica dell’artista, che riesce nella difficile impresa di cancellare ogni distanza tra la tela e l’oggetto rappresentato, azzerando la percezione dell’inganno visivo.

Ma ha senso, oggi, una scelta di questo tipo, così spudoratamente anacronistica? Quando il movimento dell’iperrealismo si è sviluppato, negli anni ’60, si era in pieno periodo pop: sempre più minaccioso appariva lo spettro dell’omologazione, e gli artisti reagivano rappresentando una realtà speculare, “più vera del vero”, ma fredda, straniante, impersonale come solo i miti della nascente società di massa sapevano essere. Nei volti e nei corpi realizzati, con dovizia di particolari, da Chuck Close, John De Andrea, Duane Hanson si avvertiva tutta l’angoscia nei confronti dell’incipiente meccanizzazione dei rapporti che annullava, nella ripetizione, ogni slancio vitale. Allo stato attuale delle cose, molto è cambiato. La società di massa non è più un’ipotesi in cui vivere, ma la realtà in cui quotidianamente l’uomo moderno si dibatte. Sviscerata nei suoi ingranaggi essenziali, non ha più feticci da mostrare. Non all’iperrealismo, almeno, che non ha mostrato segni di rinnovamento, chiudendosi presto in un accademismo di maniera, finalizzato, come per la contemporanea Optical art, allo stupore.

Rimane però l’arte, ed è su questo che Marica Fasoli concentra la sua attenzione. Recuperando la lezione duchampiana, ella riproduce con fedeltà quasi fotografica oggetti comuni, quotidiani, in modo da sviare l’attenzione dello spettatore dall’oggetto all’atto creativo che lo ha generato. Con tutte le problematiche annesse e connesse, e che ormai conosciamo bene: dissolvimento dell’illusione, disvelamento dell’essenza dell’opera d’arte. Ma c’è dell’altro. Scegliendo dei cartoni, scatole, imballaggi in cui si intravede, di là dallo strappo, il contenuto, l’artista conduce una riflessione più approfondita sul concetto di superficie, che sembra marcare lo stadio attuale della società di massa. Ogni fenomeno, secondo la Fasoli, è filtrato dall’involucro, la superficie: è attraverso i segni che noi percepiamo il mondo. Ma non è detto che questo debba essere interpretato in termini negativi: si tratta piuttosto di un modo nuovo di interfacciarsi con la realtà, che demanda la scoperta del contenuto ad un momento successivo, e che non per questo denota frivolezza. Lasciando intravedere, tra gli strappi dei cartoni, la ruota di una bicicletta (Into the box, 2010), una camicia da notte (Fiori d’arancio, 2010; Trasloco, 2010) o l’annuncio di lavoro di una laureata in fisica nucleare che si offre come babysitter, incollato alla cassetta delle poste (From…to…, 2010), la Fasoli mostra forse il lato più originale della propria ispirazione. Che è una base esigua sì, ma sufficiente per costruire un nuovo e più personale percorso in seno all’arte contemporanea.

Per info:

Fondazione Luciana Matalon

Foro Bonaparte 67 – 20121 Milano.

Tel. 02.878781

www.fondazionematalon.org